Con la ripresa della stagione del tartufo torna l’allerta sui Nebrodi. Due cani da cerca sono morti dopo avere ingerito bocconi avvelenati nei boschi tra Floresta e la parte alta del territorio di Santa Domenica Vittoria. L’episodio risale al 14 agosto, ultimo giorno utile della precedente stagione. Tra i cercatori cresce il timore che non si tratti di un fatto casuale e riaffiora l’ombra della cosiddetta “mafia del tartufo”. Domani si torna nei boschi e, insieme all’attesa per la nuova stagione, sui Nebrodi torna anche la paura per la “storia” dei due cani da tartufo sono morti dopo avere ingerito bocconi avvelenati. L’episodio si è verificato in una zona frequentata dai cercatori e particolarmente vocata alla presenza del prezioso fungo ipogeo. Per il proprietario dei due animali è stata una tragedia. Un cane da tartufo rappresenta il risultato di anni di addestramento, lavoro e conoscenza reciproca, ma ridurre tutto al valore economico sarebbe sbagliato. Tra il tartufaio e il proprio cane si crea un rapporto quotidiano, fatto di fiducia e complicità. Una perdita che, dunque, ha soprattutto un peso affettivo impossibile da quantificare. Ora che i cercatori stanno per tornare nei boschi, quell’episodio assume un significato ancora più preoccupante. Il timore è che possano essere presenti altre esche avvelenate e che dietro la loro collocazione possa esserci la volontà deliberata di colpire i cani utilizzati nella cerca. Tra gli addetti ai lavori riaffiora così il sospetto della cosiddetta “mafia del tartufo” : rivalità, controllo delle zone più produttive e tentativi di tenere lontani altri cercatori da aree considerate particolarmente redditizie. Al momento, però, si tratta di un’ipotesi e non di una responsabilità accertata. Proprio per questo sarà importante capire se sull’accaduto siano stati effettuati accertamenti e se eventuali elementi possano consentire di stabilire origine e natura dell’avvelenamento. Resta intanto l’allarme Ai tartufai che torneranno sui Nebrodi viene raccomandata la massima prudenza, soprattutto nelle aree interessate dall’episodio. Tenere i cani sotto stretto controllo, impedire per quanto possibile che ingeriscano materiale trovato sul terreno e segnalare immediatamente alle autorità eventuali bocconi o sostanze sospette può diventare fondamentale. L’avvelenamento di un cane non è soltanto un gesto crudele contro un animale, è un reato. L’abbandono deliberato di sostanze tossiche in un bosco mette a rischio fauna selvatica, animali domestici e lo stesso equilibrio dell’ambiente. E se dovesse essere confermata l’ipotesi di una guerra sotterranea per il controllo delle aree del tartufo, la vicenda assumerebbe contorni ancora più gravi. Perché il bosco dei Nebrodi è patrimonio di tutti e la cerca del tartufo appartiene a una cultura della montagna fatta di esperienza, conoscenza dei luoghi e rapporto straordinario tra uomo e cane. Trasformarla in un territorio da presidiare con il veleno significherebbe tradire tutto questo. 2026 cani uccis esche avvelenate i nebrodi tartufi
Con la ripresa della stagione del tartufo torna l’allerta sui Nebrodi. Due cani da cerca sono morti dopo avere ingerito bocconi avvelenati nei boschi tra Floresta e la parte alta del territorio di Santa Domenica Vittoria. L’episodio risale al 14 agosto, ultimo giorno utile della precedente stagione. Tra i cercatori cresce il timore che non si tratti di un fatto casuale e riaffiora l’ombra della cosiddetta “mafia del tartufo”. Domani si torna nei boschi e, insieme all’attesa per la nuova stagione, sui Nebrodi torna anche la paura per la “storia” dei due cani da tartufo sono morti dopo avere ingerito bocconi avvelenati. L’episodio si è verificato in una zona frequentata dai cercatori e particolarmente vocata alla presenza del prezioso fungo ipogeo. Per il proprietario dei due animali è stata una tragedia. Un cane da tartufo rappresenta il risultato di anni di addestramento, lavoro e conoscenza reciproca, ma ridurre tutto al valore economico sarebbe sbagliato. Tra il tartufaio e il proprio cane si crea un rapporto quotidiano, fatto di fiducia e complicità. Una perdita che, dunque, ha soprattutto un peso affettivo impossibile da quantificare. Ora che i cercatori stanno per tornare nei boschi, quell’episodio assume un significato ancora più preoccupante. Il timore è che possano essere presenti altre esche avvelenate e che dietro la loro collocazione possa esserci la volontà deliberata di colpire i cani utilizzati nella cerca. Tra gli addetti ai lavori riaffiora così il sospetto della cosiddetta “mafia del tartufo” : rivalità, controllo delle zone più produttive e tentativi di tenere lontani altri cercatori da aree considerate particolarmente redditizie. Al momento, però, si tratta di un’ipotesi e non di una responsabilità accertata. Proprio per questo sarà importante capire se sull’accaduto siano stati effettuati accertamenti e se eventuali elementi possano consentire di stabilire origine e natura dell’avvelenamento. Resta intanto l’allarme Ai tartufai che torneranno sui Nebrodi viene raccomandata la massima prudenza, soprattutto nelle aree interessate dall’episodio. Tenere i cani sotto stretto controllo, impedire per quanto possibile che ingeriscano materiale trovato sul terreno e segnalare immediatamente alle autorità eventuali bocconi o sostanze sospette può diventare fondamentale. L’avvelenamento di un cane non è soltanto un gesto crudele contro un animale, è un reato. L’abbandono deliberato di sostanze tossiche in un bosco mette a rischio fauna selvatica, animali domestici e lo stesso equilibrio dell’ambiente. E se dovesse essere confermata l’ipotesi di una guerra sotterranea per il controllo delle aree del tartufo, la vicenda assumerebbe contorni ancora più gravi. Perché il bosco dei Nebrodi è patrimonio di tutti e la cerca del tartufo appartiene a una cultura della montagna fatta di esperienza, conoscenza dei luoghi e rapporto straordinario tra uomo e cane. Trasformarla in un territorio da presidiare con il veleno significherebbe tradire tutto questo. 2026 cani uccis esche avvelenate i nebrodi tartufi
L’episodio risale al 14 agosto, ultimo giorno utile della precedente stagione.
Tra i cercatori cresce il timore che non si tratti di un fatto casuale e riaffiora l’ombra della cosiddetta “mafia del tartufo”.
Domani si torna nei boschi e, insieme all’attesa per la nuova stagione, sui Nebrodi torna anche la paura per la “storia” dei due cani da tartufo sono morti dopo avere ingerito bocconi avvelenati.
L’episodio si è verificato in una zona frequentata dai cercatori e particolarmente vocata alla presenza del prezioso fungo ipogeo. Per il proprietario dei due animali è stata una tragedia. Un cane da tartufo rappresenta il risultato di anni di addestramento, lavoro e conoscenza reciproca, ma ridurre tutto al valore economico sarebbe sbagliato. Tra il tartufaio e il proprio cane si crea un rapporto quotidiano, fatto di fiducia e complicità. Una perdita che, dunque, ha soprattutto un peso affettivo impossibile da quantificare. Ora che i cercatori stanno per tornare nei boschi, quell’episodio assume un significato ancora più preoccupante.
Il timore è che possano essere presenti altre esche avvelenate e che dietro la loro collocazione possa esserci la volontà deliberata di colpire i cani utilizzati nella cerca. Tra gli addetti ai lavori riaffiora così il sospetto della cosiddetta “mafia del tartufo” : rivalità, controllo delle zone più produttive e tentativi di tenere lontani altri cercatori da aree considerate particolarmente redditizie. Al momento, però, si tratta di un’ipotesi e non di una responsabilità accertata. Proprio per questo sarà importante capire se sull’accaduto siano stati effettuati accertamenti e se eventuali elementi possano consentire di stabilire origine e natura dell’avvelenamento.
Ai tartufai che torneranno sui Nebrodi viene raccomandata la massima prudenza, soprattutto nelle aree interessate dall’episodio. Tenere i cani sotto stretto controllo, impedire per quanto possibile che ingeriscano materiale trovato sul terreno e segnalare immediatamente alle autorità eventuali bocconi o sostanze sospette può diventare fondamentale. L’avvelenamento di un cane non è soltanto un gesto crudele contro un animale, è un reato. L’abbandono deliberato di sostanze tossiche in un bosco mette a rischio fauna selvatica, animali domestici e lo stesso equilibrio dell’ambiente. E se dovesse essere confermata l’ipotesi di una guerra sotterranea per il controllo delle aree del tartufo, la vicenda assumerebbe contorni ancora più gravi.
Perché il bosco dei Nebrodi è patrimonio di tutti e la cerca del tartufo appartiene a una cultura della montagna fatta di esperienza, conoscenza dei luoghi e rapporto straordinario tra uomo e cane. Trasformarla in un territorio da presidiare con il veleno significherebbe tradire tutto questo.
Fonte: scomunicando.it


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