Ci sono passioni che si coltivano nel tempo e altre che, semplicemente, finiscono per diventare parte della vita di un’intera famiglia. A Città di Castello è il tartufo bianco ad aver unito papà , mamma e figli , trasformando la cerca nei boschi in un appuntamento condiviso, fatto di cani, vanghino, natura e quella particolare emozione che accompagna ogni volta il momento in cui il prezioso tubero affiora dal terreno.
È la storia della famiglia Cenci , composta da Diego , 46 anni , la moglie Elisa Pellegrini , 37 , e i figli Mattia , 16 anni , e Marco , 14 , che hanno superato gli esami previsti e ottenuto il tesserino necessario per dedicarsi alla cerca. Una passione che per Diego dura da 15 anni e che nel tempo ha coinvolto sempre più persone, fino a diventare una vera esperienza familiare.
Nei fine settimana, quando possono, i Cenci prendono la strada dei boschi insieme ai propri cani. Il ritmo cambia, lontano dalla quotidianità e dagli schermi, e la giornata assume i contorni di un appuntamento che per loro è ormai quasi un rito. Si cerca, si osserva, si cammina, si aspetta il fiuto degli animali e si condivide la soddisfazione della scoperta. Il tartufo , però, non è mai una certezza . Ed è proprio questa imprevedibilità a rendere ogni uscita diversa dalle altre.
La storia comincia nel settembre 2008 , quando Diego Cenci incontra quasi per caso il mondo della cerca. A cambiare il corso di quella che sarebbe diventata una lunga passione è un semplice volantino visto in un ristorante. “E’ una passione che unisce papà, mamma, e due figli, di 16 e 14 anni, la ricerca del tartufo bianco a Città di Castello”. Il racconto di Diego parte proprio da quel primo incontro con un cane , destinato poi a diventare il compagno di tante giornate nei boschi. Il rapporto con l’animale, con il territorio e con la cerca si sviluppa così nel tempo, fino a coinvolgere anche la futura moglie e, successivamente, i figli.
“Andare a tartufi ti fa sentire bene è bellissimo perché sei veramente a contatto con la natura e con i cani” ha detto Diego Cenci, attraverso una nota diffusa dal Comune di Città di Castello. Per chi pratica la cerca, il legame con il cane non è un elemento secondario . È parte integrante dell’esperienza e richiede tempo, conoscenza e affiatamento.
Nel caso dei Cenci, questo rapporto è diventato uno dei simboli della passione condivisa. “Il tartufo è sempre una sorpresa – ha aggiunto – e quando affiora dalla terra ti prendono i brividi e il profumo inebriante ti penetra dentro” .
Dietro la passione per il tartufo, nella storia dei Cenci, c’è anche un intreccio di coincidenze, incontri e legami familiari. “La storia ha inizio nel settembre 2008 – prosegue Cenci – quando un giorno mi trovai in un ristorante dove vidi in bacheca un volantino con scritto vendesi cuccioli di bracco pointer, presi il numero e chiamai ( il cane che aveva avuto i cuccioli era dello zio della mia futura moglie, tartufaio detto il “Barba” purtroppo defunto ). Il destino e la passione per il tartufo ha fatto nascere, crescere la nostra storia fino a formare la famiglia. La gioia e soddisfazione più grande non è solo trovare il tartufo, ma sapere che tutta la famiglia mi segue con il cuore e ha la stessa passione per la cerca” .
Il riferimento è allo zio della futura moglie, un tartufaio conosciuto con il soprannome di “Barba”, scomparso, dal quale proviene il cane al centro dell’inizio di questa storia. Da quell’incontro prende forma prima la passione per la cerca e poi, nel tempo, una tradizione familiare.
Oggi Diego non è più solo nel bosco. Con lui ci sono Elisa e i due figli più grandi , che hanno scelto di compiere l’iter necessario per ottenere il proprio tesserino. Per la famiglia, quello della cerca è diventato un appuntamento che mette insieme generazioni diverse e che permette di condividere un’attività legata direttamente al territorio .
Il carattere familiare della passione emerge soprattutto nelle parole di Elisa Pellegrini . Le giornate nei boschi sono infatti vissute come un momento da trascorrere tutti insieme, in uno spazio diverso rispetto a quello della quotidianità domestica e digitale.
“Tutti insieme anche la piccola Matilde – ha sottolineato la moglie – siamo coinvolti in allegria ogni fine settimana in quella che consideriamo come una vera e propria festa nei boschi, all’aria aperta insieme ai cani lontano per un po’ dalle tentazioni virtuali di smartphone, tablet e computer” . È una fotografia che restituisce bene il senso che la famiglia attribuisce alla cerca. Non soltanto la ricerca di un prodotto prezioso , ma anche la possibilità di stare all’aperto, camminare, seguire i cani e soprattutto condividere tempo e attività.
Per Mattia e Marco il percorso è già iniziato concretamente. Entrambi hanno 14 anni o più e, dopo aver superato gli esami di rito, possono ora essere ufficialmente inseriti tra i cavatori. Per gli altri due figli, invece, il tempo del tesserino deve ancora arrivare. Manuel , classe 2018 , e Matilde , appena 18 mesi , sono ancora troppo piccoli per essere iscritti, ma già partecipano alle uscite e crescono dentro quella stessa esperienza familiare.
Secondo quanto previsto, Manuel dovrà attendere il compimento dei 14 anni per poter iscrivere il proprio nome e cognome sul tesserino. Matilde, la più piccola, ha davanti ancora molti anni prima di poter formalmente seguire lo stesso percorso. Ma il legame con il mondo della cerca, racconta la famiglia, è già presente.
La storia dei Cenci si inserisce nel più ampio rapporto tra Città di Castello e il tartufo , un legame che per il territorio rappresenta anche una componente della propria identità gastronomica e culturale.La cerca nei boschi è infatti parte di una tradizione che trova nel rapporto con la terra uno dei suoi elementi distintivi . Il tartufo viene raccolto, lavorato e valorizzato, ma prima ancora viene cercato attraverso una pratica che richiede conoscenza dell’ambiente, esperienza e una forte sintonia con gli animali.
È proprio questa dimensione territoriale a essere richiamata anche dall’amministrazione comunale, che guarda al tartufo non soltanto come eccellenza del settore agroalimentare, ma come elemento capace di raccontare Città di Castello e il suo patrimonio.
Fonte: umbria.tag24.it


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