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Per anni ha venduto tartufo alle altre città: ora la Basilicata lo porta nelle proprie cucine

È definito “oro bianco”, ma fino a oggi ha fatto le fortune altrui. Diffuso al di fuori del territorio di nascita, la Basilicata , il tartufo bianco pregiato che trova nella valle del Serrapotamo e nel metapontino i terreni fertili al suo sviluppo, cerca di conquistare piatti e palato dei lucani, smentendo – se possibile – il vecchio adagio del nemo propheta in patria. Se troppo export è un limite Succede spesso. Tesori locali che prendono altre traiettorie, nomi e tradizioni. Marketing territoriali che inglobano produzioni. Poi, all’improvviso, qualcosa cambia: oggi nella regione risultano quasi 1.300 tesserini attivi per la cerca e la cavatura e otto tartufaie riconosciute. Le stime diffuse nel 2025 attribuiscono alla produzione tartuficola e al relativo indotto un valore annuo vicino ai 20 milioni di euro. Numeri che testimoniano che qualcosa si muove, e la nascita di una manifestazione ad hoc per la valorizzazione del Tuber magnatum Pico va in questo solco: si chiamerà “Tesori dalla Terra: il tartufo bianco pregiato di Basilicata” ed è in programma a Matera dal 20 al 29 novembre 2026. Quando si raccoglie il tartufo bianco della Basilicata Dicono gli organizzatori che oggi il vero obiettivo è capire quanta ricchezza riesca a fermarsi nei territori in cui il tartufo nasce. Perché fin qui ha avuto accesso ai grandi circuiti commerciali e viene acquistato da operatori che lo rivendono su altri mercati con margini significativi. Il rischio allora è che parte rilevante del valore venga generata a valle della raccolta e fuori dal territorio, senza ricadute sull’economia locale. La sfida, quindi, è quella di passare dalla sola raccolta alla costruzione di un sistema economico organizzato, che tenga insieme trasformazione, commercializzazione, ristorazione, turismo e promozione territoriale. E allora, partendo dal Tuber magnatum Pico , il bianco pregiato che vede la propria stagione di crescita e raccolta tra ottobre e dicembre, per arrivare al nero pregiato, al bianchetto, allo scorzone o all’uncinato, che cosa c’è di meglio che portarli nel piatto? Il movimento degli chef lucani – attivo nel territorio e diffuso in varie parti del mondo – è pronto a fare la propria parte. Matera celebra il tartufo L’evento di Matera – che sarà condotto da Peppone Calabrese e Bianca Luna Santoro – ha l’obiettivo di far parlare e di far assaggiare queste specialità, a partire dal bianchetto lucano, raccolto lungo le pinete costiere del Metapontino, che si caratterizza per gradevolezza e delicatezza. Il tartufo incontrerà prodotti lucani, ricette contemporanee e saperi tradizionali, aprendosi al confronto con le cucine di Piemonte, Campania, Puglia e Calabria. Accanto alla cucina, spazio al vino con la partecipazione di Vulture Città Italiana del Vino 2026, il progetto che riunisce Rionero in Vulture, Melfi, Ginestra, Barile, Ripacandida, Rapolla, Genzano di Lucania, Atella, Acerenza, Palazzo San Gervasio, Lavello, Forenza, Venosa e Maschito. La presenza dei 14 Comuni porterà al centro anche una delle frontiere più interessanti della proposta gastronomica: l’abbinamento tra il tartufo e i vini lucani. «In fondo il tartufo appartiene già al patrimonio naturale della Basilicata. La sfida adesso è accrescere il valore che riesce a generare nei territori in cui nasce – sottolinea l’assessore regionale Carmine Cicala – Per questo lavoriamo per rendere la filiera più solida e dare al prodotto una presenza crescente nella ristorazione, nell’accoglienza e nell’immagine stessa della regione». E se «Matera può essere il luogo dal quale questa eccellenza incontra un pubblico nazionale e internazionale», come dice il sindaco Antonio Nicoletti, nel piatto – racconta Rocco Pozzulo, presidente della Federazione Italiana Cuochi – «il tartufo bianco lucano ha una grande versatilità. Noi lo abbiamo sperimentato anche in una versione del Barbante con gamberi, unendo una preparazione della tradizione a una lettura più contemporanea».

È definito “oro bianco”, ma fino a oggi ha fatto le fortune altrui. Diffuso al di fuori del territorio di nascita, la Basilicata , il tartufo bianco pregiato che trova nella valle del Serrapotamo e nel metapontino i terreni fertili al suo sviluppo, cerca di conquistare piatti e palato dei lucani, smentendo – se possibile – il vecchio adagio del nemo propheta in patria.

Succede spesso. Tesori locali che prendono altre traiettorie, nomi e tradizioni. Marketing territoriali che inglobano produzioni. Poi, all’improvviso, qualcosa cambia: oggi nella regione risultano quasi 1.300 tesserini attivi per la cerca e la cavatura e otto tartufaie riconosciute. Le stime diffuse nel 2025 attribuiscono alla produzione tartuficola e al relativo indotto un valore annuo vicino ai 20 milioni di euro. Numeri che testimoniano che qualcosa si muove, e la nascita di una manifestazione ad hoc per la valorizzazione del Tuber magnatum Pico va in questo solco: si chiamerà “Tesori dalla Terra: il tartufo bianco pregiato di Basilicata” ed è in programma a Matera dal 20 al 29 novembre 2026.

Dicono gli organizzatori che oggi il vero obiettivo è capire quanta ricchezza riesca a fermarsi nei territori in cui il tartufo nasce. Perché fin qui ha avuto accesso ai grandi circuiti commerciali e viene acquistato da operatori che lo rivendono su altri mercati con margini significativi. Il rischio allora è che parte rilevante del valore venga generata a valle della raccolta e fuori dal territorio, senza ricadute sull’economia locale. La sfida, quindi, è quella di passare dalla sola raccolta alla costruzione di un sistema economico organizzato, che tenga insieme trasformazione, commercializzazione, ristorazione, turismo e promozione territoriale. E allora, partendo dal Tuber magnatum Pico , il bianco pregiato che vede la propria stagione di crescita e raccolta tra ottobre e dicembre, per arrivare al nero pregiato, al bianchetto, allo scorzone o all’uncinato, che cosa c’è di meglio che portarli nel piatto? Il movimento degli chef lucani – attivo nel territorio e diffuso in varie parti del mondo – è pronto a fare la propria parte.

L’evento di Matera – che sarà condotto da Peppone Calabrese e Bianca Luna Santoro – ha l’obiettivo di far parlare e di far assaggiare queste specialità, a partire dal bianchetto lucano, raccolto lungo le pinete costiere del Metapontino, che si caratterizza per gradevolezza e delicatezza. Il tartufo incontrerà prodotti lucani, ricette contemporanee e saperi tradizionali, aprendosi al confronto con le cucine di Piemonte, Campania, Puglia e Calabria. Accanto alla cucina, spazio al vino con la partecipazione di Vulture Città Italiana del Vino 2026, il progetto che riunisce Rionero in Vulture, Melfi, Ginestra, Barile, Ripacandida, Rapolla, Genzano di Lucania, Atella, Acerenza, Palazzo San Gervasio, Lavello, Forenza, Venosa e Maschito. La presenza dei 14 Comuni porterà al centro anche una delle frontiere più interessanti della proposta gastronomica: l’abbinamento tra il tartufo e i vini lucani.

«In fondo il tartufo appartiene già al patrimonio naturale della Basilicata. La sfida adesso è accrescere il valore che riesce a generare nei territori in cui nasce – sottolinea l’assessore regionale Carmine Cicala – Per questo lavoriamo per rendere la filiera più solida e dare al prodotto una presenza crescente nella ristorazione, nell’accoglienza e nell’immagine stessa della regione». E se «Matera può essere il luogo dal quale questa eccellenza incontra un pubblico nazionale e internazionale», come dice il sindaco Antonio Nicoletti, nel piatto – racconta Rocco Pozzulo, presidente della Federazione Italiana Cuochi – «il tartufo bianco lucano ha una grande versatilità. Noi lo abbiamo sperimentato anche in una versione del Barbante con gamberi, unendo una preparazione della tradizione a una lettura più contemporanea».

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Fonte: gamberorosso.it


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