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Il tartufo bianco non è solo di Alba. Cresce anche in Basilicata…ma viene venduto altrove

Il tartufo bianco pregiato non parla soltanto piemontese. Cresce anche in Basilicata, nei boschi e nelle vallate di una regione che negli ultimi anni ha cominciato a riconoscere nel Tuber magnatum Pico non soltanto una preziosa risorsa naturale, ma uno strumento di identità e sviluppo. La Valle del Serrapotamo, sul versante lucano del Pollino, è una delle aree maggiormente vocate, ma la geografia del tartufo attraversa buona parte della regione, fino alle pinete del Metapontino, dove trova casa anche il bianchetto. I numeri raccontano un comparto tutt’altro che marginale: circa 1280 tesserini attivi per la cerca e la cavatura, otto tartufaie riconosciute e un valore della produzione e dell’indotto stimato intorno ai 20 milioni di euro l’anno. Ma la questione è un’altra: quanto di questa ricchezza rimane davvero nei luoghi in cui nasce?

Il tartufo lucano raggiunge da tempo i grandi circuiti commerciali, dove spesso acquista valore lontano dalla Basilicata. La partita da giocare è dunque quella della filiera. È da qui che prende le mosse “Tesori dalla Terra: il tartufo bianco pregiato di Basilicata”, in programma a Matera dal 20 al 29 novembre e presentato a Roma presso la sede della stampa estera: dieci giorni, otto show cooking e oltre venti appuntamenti tra talk, masterclass e lectio magistralis. Il tartufo come protagonista, certo, ma soprattutto come occasione per raccontare ciò che gli sta intorno. Perché prima del prodotto viene la terra. E Peppone Calabrese sceglie Rocco Papaleo per descriverla: “La Basilicata è come il concetto di Dio: ci credi o non ci credi, ma credeteci perché ci siamo. Esistiamo”. Una battuta che nasconde una questione cruciale: quella di una regione ricca di luoghi e prodotti, ma non altrettanto abituata a comunicarli. Dal Vulture al Pollino, da Maratea a Metaponto, dalle Dolomiti Lucane fino a Matera “il nostro fiore all’occhiello” Calabrese conclude: “C’è tanta roba da vedere”. Espressione poco istituzionale, ma efficace: il problema della Basilicata non sembra essere ciò che possiede, quanto riuscire a trasformarlo in un racconto riconoscibile.

Lo sa bene Carmine Cicala, assessore alle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali della Regione. Su circa 10 mila chilometri quadrati di superficie, il 40 per cento della Basilicata è coperto da boschi. “Stiamo investendo perché i prodotti coltivati nel nostro territorio possano essere degustati, apprezzati e mangiati proprio in Basilicata”, spiega. Non è una differenza da poco. Vendere un tartufo significa commercializzare un prodotto; convincere qualcuno a venire nel luogo in cui nasce significa mettere in moto ristoranti, alberghi, agriturismi, produttori e servizi. Trasformare, insomma, il valore agricolo in economia diffusa. Persino quello che per decenni è stato considerato un limite può cambiare segno. “Abbiamo accumulato un ritardo infrastrutturale, a cominciare dalle strade, ma questo ci ha lasciato qualcosa di prezioso: un territorio poco antropizzato, con tanta natura”. La stessa natura che rende credibile un turismo lento e il racconto di un prodotto che senza bosco, suolo e biodiversità non esisterebbe.

A dare una mano alla nuova narrazione lucana c’è anche l’alta cucina. Al Bocuse d’Or l’Italia ha conquistato per la prima volta il terzo posto nella selezione europea con un candidato proveniente proprio dalla Basilicata, guadagnandosi l’accesso alla finale mondiale di gennaio. Un altro modo per utilizzare il cibo non soltanto come prodotto, ma come linguaggio del territorio. Matera, in questo senso, parte avvantaggiata. “È una delle città più antiche del mondo, scavata nella roccia che sembra nascere organicamente dal paesaggio” sottolinea il sindaco Antonio Nicoletti. Dopo il 2019 da Capitale Europea della Cultura, nel 2026 è Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo. “È un luogo vibrante dove cultura ed enogastronomia si trasformano in un’esperienza unica per i viaggiatori di tutto il mondo”. Ma se l’obiettivo fosse soltanto organizzare show cooking e degustazioni, dieci giorni passerebbero in fretta. La sfida è fare in modo che il tartufo rimanga sulle tavole lucane anche quando i riflettori saranno spenti. Per questo durante la manifestazione si lavorerà a un’offerta coordinata di menu dedicati nei ristoranti di Matera. “Il tartufo è un alimento che qualifica la nostra cucina – aggiunge Nicoletti -. Essere serviti da un oste o da un ristoratore materano significa entrare in un racconto radicato nella storia e nei sapori più autentici, che sopravvivono ma vengono trasformati e innovati”.

È forse questo il passaggio decisivo. Il tartufo può essere raccolto in Basilicata , ma perché diventi davvero lucano agli occhi del consumatore deve trovare un posto riconoscibile anche nella cucina regionale. Non basta sapere che cresce nei boschi: bisogna incontrarlo nel piatto. Prima del piatto, però, c’è chi quel tartufo deve trovarlo. “Un pensiero va ai cavatori e ai loro cani, perché senza di loro non potremmo raccontare questa eccellenza – riprende l’assessore Cicala -. Un uomo, un cane e un bosco: tutto il resto – chef, turismo, alberghi, aste – viene dopo”. E proprio l’asta internazionale chiuderà la manifestazione il 29 novembre, collegando Matera con Hong Kong, Berlino, Washington e, per la prima volta, Montecarlo. Nel 2025 aveva raccolto oltre 22 mila euro e il lotto più ambito, un tartufo bianco da 550 grammi, era stato aggiudicato a Hong Kong per 10.500 euro. Anche quest’anno il ricavato sarà devoluto in beneficenza. Il rischio, quando si parla di tartufo bianco, è fermarsi al prezzo, ai grammi e alle aste da record. In Basilicata stanno provando a rovesciare la prospettiva: partire da ciò che si trova sotto terra per raccontare quello che c’è sopra. Boschi, cucina, vino, ospitalità e persone. Perché il vero tesoro, alla fine, potrebbe non essere soltanto il tartufo.

Fonte: repubblica.it


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