ANDARE A TARTUFI, l’APP per la CERCA e CAVATURA del TARTUFO in ITALIA. Quotazioni tartufo, fasi lunari, andare a tartufi shop, attrezzatura per andare a tartufi, tartufo notizie rassegna stampa, normative legali raccolta tartufi, aTartufi dizionario, le specie di tartufo, piante da tartufo in natura, cani da tartufi, addestramento e accessori, tartufo ricette.

Tartufo campano: un patrimonio da coltivare

Una produzione che si attesta attorno ai 2000 quintali di prodotto annuo, per un valore di circa 6 milioni di euro. Numeri che sono solo la punta dell’iceberg di un comparto ancora acerbo, ma dalle elevate potenzialità. È quello della tartuficoltura in Campania , il quale conta tremila cavatori muniti di tesserino e un altro migliaio che si muove senza autorizzazione.

“In Campania ci sono i tartufi? Mi sono sentita rivolgere questa domanda tante volte, probabilmente perché c’è ancora tanto da fare in questo settore, partendo dalla conoscenza del prodotto fino alla divulgazione ai consumatori. Molti tartufi campani finiscono nelle altre regioni senza parlare del proprio territorio di origine, purtroppo. È questa una delle mission su cui lavoriamo costantemente: accrescere l’identità di un prodotto generoso sia nella qualità che nella quantità”. Le parole di Noemi Iuorio, presidente campana dell’Associazione Nazionale Tartufai Italiani , non lasciano spazio ai dubbi.

In Campania si ritrovano tutte e 9 le specie di tartufo consentite per la raccolta in Italia, ma sono 5 le più diffuse che sono state iscritte nelle Liste dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani . Il tartufo nero di Bagnoli Irpino cresce nei boschi dei Monti Picentini e si caratterizza per un profumo intenso e una scorza scura con piccole verruche. Il tartufo nero del Matese è tipico delle faggete dell’omonimo massiccio, presenta polpa con venature chiare. Il tartufo bianchetto delle pinete costiere si trova nelle pinete litoranee, da Castel Volturno a Capaccio Paestum, caratterizzandosi per il suo sapore delicato. Il tartufo di Ceppaloni è il pregiato Tuber magnatum, viene raccolto nel territorio di Ceppaloni (Benevento) e nelle aree limitrofe. Ha un profumo intenso e una forma schiacciata o irregolare, a seconda del terreno. Il tartufo di Colliano è tipico dell’alta valle del Sele, dove si raccoglie principalmente lo Scorzone (tartufo nero estivo) e il tartufo nero invernale. Una presenza affatto recente, tanto che è nota la passione di Ferdinando IV di Borbone per questi funghi ipogei, il quale si riforniva frequentemente dalle aree del Matese e dell’Irpinia.

“È cominciato tutto con un regalo di un cane da tartufo, quasi vent’anni fa, così il mio amore per la montagna e per questo prodotto è esploso, crescendo sempre di più. Mi sono abilitata alla raccolta e ho cominciato a vedere cosa non andava, è nato subito il mio impegno associativo, dando vita ad un dialogo continuo con le Istituzioni che oggi ci vedono molto presenti sul fronte della divulgazione”.

Noemi Iuorio conosce bene anche il percorso imprenditoriale: nel 2018 è nata la sua tartufaia e con essa la sua azienda di trasformazione Stagioni Picentine a Montecorvino Rovella , tra i Monti Picentini, nel salernitano. “In pratica ho costruito casa mia in mezzo alla tartufaia, è un settore che vivo completamente e che spero possa agganciarsi anche al turismo. Ho cominciato a fare degustazioni e percorsi, senza dimenticare momenti formativi, ma su questo siamo davvero ancora all’inizio. L’azienda gestisce circa 8 ettari, in parte si tratta di una tartufaia controllata e in parte coltivata. Il nostro nemico più grande è ormai il clima, le alte temperature e la siccità ci mettono a dura prova. Bisognerebbe investire su impianti di irrigazione, ma qui avremmo bisogno del supporto della Regione. Ma si combatte anche con i cavatori – magari non ufficiali – che non rispettano l’ambiente, quelli che – ad esempio – non ricoprono le buche dove trovano il tartufo, provocando la morte del micelio che è la struttura deputata a farlo crescere. La scorsa stagione è andata bene, per fortuna. Ma questa estate, seppure ci siano state alcune piogge, ha fatto registrare temperature troppo elevate, non lasciando mai il terreno umido”.

La Campania è una delle poche regioni italiane che vanta la presenza di un’azienda agricola sperimentale pubblica – l’ Improsta di Eboli – attiva con un progetto pilota sull’avvio della tartuficoltura e della produzione di piantine micorrizate con specie autoctone locali, col fine di produrre ceppi controllati e certificati. “È una grande opportunità per tutto il comparto, basti pensare che – quando la pineta di Castel Volturno è stata distrutta da un incendio – sono state ripiantate tremila piante micorizzate con il tartufo tipico di quella zona. Ora è tempo di far capire ai cavatori non autorizzati che non conviene vendere sottobanco. Poche le aziende innovative che stanno investendo nel tartufo, ci sono comparti molto sostenuti, sarebbe bello se anche questo ricevesse maggiori attenzioni. Sono tante le zone boschive che possono diventare interessanti per la tartuficoltura e, in seconda battuta, anche per il turismo ad essa connessa. Ma il lavoro è tanto e spaventa: eliminare le infestanti, drenare le acque piovane e sostituire gli alberi che non piacciono ai tartufi. Tutte cose necessarie per trasformare un bosco in una tartufaia controllata, realtà che si affiancano alle tante tartufaie naturali”.

Ogni tartufo ha il suo habitat e la sua stagione, ma ogni tipologia è un’opportunità di crescita per diversi settori, tra cui quello agricolo, quello ristorativo e quello turistico.

“In collaborazione con la Regione stiamo lavorando ad un progetto di tartufo turismo, mi auguro che si cominci ad investire in modo continuativo. Questo prodotto potrebbe aprire un varco per le meravigliose aree interne che abbiamo, così da non mandare sempre i turisti sulle coste o verso i grandi siti archeologici. Sarebbe un vero trampolino di lancio per borghi e territori marginali di cui si fa un gran parlare”.

Giornalista, autrice e sommelier. Collabora con diverse testate, tra radio, web e carta stampata. Ama declinare la sua passione per il cibo e i viaggi senza dimenticare la sostenibilità. Sempre più “foodtrotter” è convinta che non v’è cibo senza territorio e viceversa.

Fonte: salaecucina.it


Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *