“A Torino esistono molte tavole capaci di proporre piatti a base tartufo nel periodo del bianco. Mancava però un ristorante che facesse del tartufo il proprio alfabeto stilistico, non per poche settimane l’anno, ma in modo continuativo”.
Loranzo Boggio racconta così l’idea che nel 2019 ha portato alla nascita di Tabui, ristorante nel cuore di Torino, in via Carlo Alberto 14, dove il tartufo è protagonista durante tutto l’anno nelle sue diverse varietà, “nei suoi diversi linguaggi e nelle sue molte possibilità di abbinamento”.
Per Boggio il tartufo non è soltanto un “ingrediente pregiato ma un modo per parlare del Piemonte e per scoprirlo”. Se questo è lo schema di gioco, allora, si spiega così la scelta di “costruire una narrazione gastronomica che accompagna le stagioni, anziché limitarsi ad attenderne una sola”. E anche la proposta di esperienze legate alla ricerca del tartufo con il tabui e il suo padrone tra i boschi e nelle tartufaie naturali “un invito a spostarsi idealmente dalla sala alla terra, dal piatto al bosco, dalla degustazione alla scoperta dell’origine”. Per Boggio “è un modo per restituire profondità a una materia prima preziosa, ma nata dalla terra e per ricordare che dietro ogni profumo ci sono stagioni, attese, mani, cani, silenzi, piogge, boschi e conoscenze tramandate”.
Al centro della proposta di ristorazione ci sono due percorsi complementari realizzati dallo chef Mattia De Davide. Da una parte il Menù Territorio, dedicato alla cucina piemontese letta con solidità, rispetto e sensibilità attuale. Dall’altra il Menù Tartufi, che rende il tartufo protagonista assoluto della tavola. Tajarin, uovo, fonduta, carni, primi piatti e preparazioni più contemporanee compongono un percorso che non cerca “l’effetto fine a sé stesso, ma la profondità del gusto, l’equilibrio e la riconoscibilità”.
Tocca invece a Mimmo Melluso, maître e responsabile di sala tradurre l’identità del ristorante in accoglienza. Pinerolese di origini pugliesi, Melluso porta in Tabui una lunga esperienza nell’ospitalità torinese, maturata in oltre venticinque anni di servizio e relazione con il cliente. “Il tartufo – spiega – va raccontato con competenza, ma senza rigidità. Va spiegato, ma senza trasformare la cena in una lezione. Va valorizzato, ma senza creare distanza”. Dal suo punto di vista “ogni piatto diventa occasione per spiegare un territorio, una varietà, un profumo, una consistenza, una relazione con il vino – la ampia profonda e aperta a tutta Italia – con la tradizione, con il gesto della cerca”.
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Fonte: iltorinese.it


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