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Gubbio tra tartufi e vendemmia nei riti della “cerca” e nelle cantine

Si racconta che, tra Otto e Novecento, da Gubbio partissero cesti di vimini cuciti di juta carichi di tartufi diretti fino a New York. E che una partita pregiata finisse persino nelle cucine del transatlantico Andrea Doria. Oggi, quella stessa storia continua camminando all’alba nei boschi dell’Eugubino-Gualdese, fianco a fianco con un cavatore e i suoi cani, e si assaggia a pranzo in piatti essenziali che esaltano il bianco pregiato. È un rito antico che in autunno trova il suo culmine e che dialoga con un’altra icona umbra: la vendemmia negli antichi poderi riconvertiti al biologico.

Per capire davvero la cultura del tartufo in zona eugubina, bisogna iniziare dove nasce tutto: tra le radici, all’alba, quando i boschi sono ancora umidi e i cani lavorano in silenzio. L’ escursione mattutina con un cavatore locale consente di osservare da vicino la ricerca, seguendo le tracce nell’erba e imparando a leggere l’umidità del terreno, dettaglio decisivo per riconoscere i punti “giusti”.

È un apprendimento fatto di gesti misurati e ascolto, che restituisce il senso di una filiera che parte dalla natura e arriva nel piatto. E che spiega come mai, da generazioni, Gubbio custodisca storie di spedizioni lontane e di partite celebrate, senza perdere la cultura di un mestiere che vive soprattutto di esperienza tramandata.

Un itinerario in giornata funziona quando mette in fila i momenti chiave, senza fretta, e lascia spazio a sorprese. A Gubbio si comincia sempre dal centro storico, attraversando via dei Consoli e le sue prospettive, per orientarsi tra vicoli, botteghe e piazze.

Poi la tappa gastronomica che fa da ponte tra mattino e pomeriggio: piatti semplici dove il tartufo bianco è protagonista, come uova strapazzate o tagliatelle, ideali per coglierne aroma e texture. Nel pomeriggio, due scelte ugualmente significative: tornare nel bosco con il cavatore per chiudere il cerchio della cerca, oppure visitare la Mostra Mercato per incontrare produttori e scoprire tagli, profumi e racconti di stagione.

In autunno, la mappa del gusto umbro si allarga e incontra la vendemmia. Tra i colli orvietani e il Lago Trasimeno , la proprietà dei conti Spalletti Trivelli (Cantina Pomario) offre uno sguardo diverso su territorio e filiere. Si tratta di un’azienda agricola nata nel XVII secolo e oggi votata a un’agricoltura biologica d’eccellenza, dove il momento più atteso è la trasformazione del vino nella nuova cantina ipogea.

Qui si entra letteralmente sotto la vigna, tra temperature costanti e profumi di mosto, per seguire da vicino un passaggio chiave della produzione. Il tutto si completa con proposte che mettono insieme accoglienza, didattica del gusto e cucina locale , in un contesto paesaggistico che in questa stagione si legge in tonalità dorate.

Ci sono stagioni in cui i territori si raccontano meglio. In Umbria, l’autunno tiene insieme due rituali che si somigliano: la cerca del tartufo e la vendemmia . Da una parte il bosco e la ricerca dell’umidità, dall’altra il vigneto e la cantina ipogea; in mezzo, una tavola che seleziona pochi ingredienti e li lascia emergere senza sovrastrutture.

È un periodo in cui conviene restare vicini ai luoghi di produzione, seguendo orari naturali e scegliendo esperienze che non disinnescano la stagionalità. Per chi pianifica un fine settimana o una giornata fuori, l’abbinata Gubbio-Pomario offre un percorso completo: mattino nel bosco, pranzo che valorizza il bianco, pomeriggio tra Mostra Mercato o cerca, e infine la vendemmia interpretata in una cantina ipogea, con assaggi guidati e cucina territoriale.

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Fonte: idealista.it


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