Un ritrovamento dura pochi minuti; la capacità di arrivarci si forma negli anni. Nara ha imparato osservando chi conosceva già quei terreni, poi ha continuato a uscire finché ogni segnale del cane è diventato familiare.
Nell’Alta Umbria la parola «trifola» indica il tartufo bianco pregiato, Tuber magnatum Pico .
Quando Nara comincia, le donne tra i cavatori sono poche. Lei frequenta soprattutto i terreni di famiglia e ricorda un rapporto rispettoso con gli uomini della zona, che le lasciavano spazio nelle aree dove era solita cercare.
Le prime lezioni arrivano accanto al bisnonno del marito. Osserva il cane e apre la terra nel punto indicato; dopo l’estrazione la buca viene richiusa. Con il tempo quel movimento diventa familiare e il rapporto con l’animale guida ogni uscita.
La cerca individua l’area favorevole con un cane addestrato. La cavatura segue il segnale e usa una piccola vanga, preservando le condizioni del terreno.
Le fasi lunari e i proverbi di famiglia appartenevano alle conversazioni di casa. L’esperienza sul campo aggiungeva osservazioni sul clima e sulla vegetazione; il rapporto con il cane cresceva uscita dopo uscita.
Dal 2021 l’ UNESCO include la cerca e cavatura del tartufo in Italia nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità. La scheda del 2021 ricorda l’abitudine di tenere segreti i luoghi di cerca e lega queste pratiche all’equilibrio ecologico, dal quale dipende la rigenerazione stagionale delle specie. La chiusura della buca completa l’estrazione e ricompone il terreno smosso.
Negli anni Novanta il cane segnala un punto nei boschi di Apecchio. Nara scava in una sola buca e trova una trifola di quasi due chilogrammi , l’esemplare più grande che ricordi.
I figli sono ancora piccoli e quella mattina piove. Il marito le suggerisce di rimandare; Nara risponde: «No, oggi parto» . A meno di un chilometro dall’abitazione il cane sparisce alla vista. Lei avverte l’odore del tartufo dal margine della strada e risale il pendio.
Lo ritrova fermo ad aspettarla. Scava fino a circa cinquanta centimetri e incontra uno strato di foglie secche; sotto c’è la trifola da 750 grammi . Nel suo racconto ogni movimento conserva un posto esatto, dal cane immobile alle foglie sollevate.
Dopo il Covid le giornate lunghe nei boschi hanno lasciato spazio a passeggiate nei terreni vicini all’abitazione. Il marito oppure uno dei figli le cammina accanto; Fanny continua a guidare la cerca.
Il ritmo si è fatto più lento e il desiderio di uscire rimane intatto. Nara lo riassume con una frase breve: «Non voglio arrendermi» . L’aiuto dei familiari le consente di raggiungere il punto indicato dal cane e di proseguire la cerca nei terreni di famiglia.
La figlia Elisa accompagna Nara quando serve sostegno. I nipoti mostrano lo stesso interesse e lei pensa che un giorno prenderanno il suo posto. Durante quelle passeggiate osservano il lavoro del cane e il punto in cui posare il vanghino; l’apprendimento cresce con la presenza.
Il bosco si trova a pochi passi dalla vita domestica. La conoscenza passa così nelle giornate ordinarie, dentro un rapporto familiare che prosegue anche quando il corpo impone maggiore prudenza.
Il tributo sarà consegnato dai Comuni di Città di Castello e Pietralunga insieme all’Associazione Tartufai Alto Tevere e all’Ente Fiera. L’edizione 2026 del Salone introduce il «Palazzo del Bianco» e un nuovo allestimento nel centro storico.
Fonte: sbircialanotizia.it


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