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Tartufo, all’Aquila il confronto su habitat e coltivazione

Il lavoro scientifico dietro una tartufaia

Il programma accostava la riproduzione del fungo alle tecniche di coltivazione, con sessioni dedicate alla genomica e al cambiamento climatico. La qualità del prodotto e la sicurezza alimentare estendevano il confronto a ciò che accade dopo la raccolta.

Per il pomeriggio di venerdì 4 settembre era annunciato un incontro aperto al pubblico; la mattina successiva era prevista un’escursione in una tartufaia spontanea di bianco pregiato nei pressi di Tagliacozzo . Il calendario riportato da Virtù Quotidiane documenta gli appuntamenti, senza riferire gli esiti delle relazioni o le osservazioni sul campo: gli esperimenti descritti qui sono precedenti al convegno .

Nel comitato scientifico, la Francia è rappresentata da Claude Murat dell’INRAE e la Svezia da Christina Wedén dell’Università di Uppsala. Per la Spagna figurano José Antonio Bonet di Agrotecnio e Sergi Garcia-Barreda del CITA; Dorota Hilszczańska appartiene al Forest Research Institute polacco. Žaklina Marjanović è all’Università di Belgrado, in Serbia; Georgios Zervakis lavora all’Università agraria di Atene, in Grecia.

Gli atenei italiani di Urbino e Perugia partecipano con Antonella Amicucci e Domizia Donnini; per il CNR c’è Antonietta Mello. Sono incarichi elencati nella circolare dell’ Unione Micologica Italiana , non un registro dei presenti in sala. Nella segreteria scientifica figurano anche Marco Leonardi dell’ateneo ospitante e Alessandra Zambonelli di Bologna.

L’Aquila aveva già ospitato un International Conference on Truffles dal 5 all’8 marzo 1992 : ne rimane Tuber , il volume degli atti curato da Giovanni Pacioni e Luigi Marra , pubblicato l’anno seguente dall’Università dell’Aquila con l’Accademia italiana della cucina e catalogato in FAO AGRIS . Pacioni compare anche nella segreteria scientifica del 2026; il suo nome collega i due incontri, senza attestare una successione regolare di edizioni.

L’esame di più regioni del DNA del complesso di Tuber mesentericum ha separato tre linee genetiche profondamente distinte , difficili da riconoscere attraverso i soli caratteri morfologici. Sono le specie dette criptiche , studiate dal gruppo di cui fanno parte Marco Leonardi e Giovanni Pacioni nel lavoro pubblicato su Journal of Fungi nel 2021 . I campioni raccolti anche a Cappadocia e Lucoli , oltre che a Secinaro e Scoppito, documentano presenze nei luoghi esaminati, senza quantificare la produzione attuale della provincia.

Il tartufo che raccogliamo è il corpo fruttifero sotterraneo di un fungo che vive anche come micelio , una rete di filamenti associata alle radici della pianta ospite. Nel legame chiamato micorriza , la pianta cede composti del carbonio ottenuti dalla fotosintesi e riceve acqua e nutrienti minerali; l’inoculazione in vivaio cerca di avviare questo scambio prima della messa a dimora.

Per il nero pregiato, Tuber melanosporum , il sequenziamento del genoma ha individuato i geni dei due tipi sessuali compatibili necessari alla riproduzione, descritti nell’ Almanacco della Scienza . La presenza del fungo nel terreno o sulle radici non coincide con un raccolto , anche quando la pianta è sana.

In Nouvelle-Aquitaine, fuori dall’area spontanea allora conosciuta del bianco pregiato, un impianto di Tuber magnatum produsse tre tartufi nel 2019 e quattro nel 2020 . Era uno dei cinque siti francesi seguiti da Bach e colleghi nel lavoro uscito su Mycorrhiza nel 2021 ; in quattro, il fungo era stato rintracciato nel terreno anche anni dopo la piantagione.

Le piante di Pépinières Robin passavano, prima della vendita, attraverso controlli morfologici ed esami del DNA, documentati dall’ INRAE nello stesso anno. Quelle raccolte dimostrano la fattibilità biologica nelle condizioni studiate; non offrono una resa commerciale da moltiplicare per il numero di piante acquistate .

Per il primo raccolto si aspettò cinque anni dalla messa a dimora nell’impianto francese di Tuber aestivum , il tartufo estivo, seguito da Todesco e colleghi. È l’attesa di quel sito e di quella specie, descritta su Scientific Reports nel 2019 .

Le misurazioni mensili del DNA fungino nel suolo registrarono variazioni spiegate solo in parte dalla temperatura e dal potenziale idrico , legato all’acqua disponibile per gli organismi. Da quelle misure non si ricava una dose irrigua valida ovunque: per decidere quanta acqua dare al proprio terreno bisogna esaminarlo, senza affidarsi alla sola pioggia caduta.

Dopo la messa a dimora, la specie inoculata incontra altri funghi. In un impianto di quattordici anni, diviso in parcelle adiacenti destinate a tartufi diversi, Tuber brumale colonizzò con maggiore facilità le zone di confine, senza essere ritrovato all’interno della parcella di nero pregiato . Il lavoro, pubblicato su iForest nel 2018 , non dimostra una sostituzione inevitabile della specie acquistata.

Gli autori attribuirono molto peso all’eventuale presenza iniziale di funghi indesiderati nel materiale vivaistico. Una domanda accompagna perciò l’acquisto: oltre al tartufo desiderato… quali altri funghi ci sono sulle radici?

Fonte: sbircialanotizia.it


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