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Il Tartuffe (conosciuto in Italia come Il Tartufo o l’Impostore ) è senza dubbio uno dei capolavori assoluti di Molière e una delle opere teatrali più discusse, complesse e influenti della letteratura francese del Seicento. In vista dell’esame di maturità – o per tua cultura personale – conoscere a fondo la trama del Tartufo, l’analisi psicologica dei suoi personaggi e il feroce attacco all’ipocrisia religiosa è di fondamentale importanza . Questa commedia, andata in scena per la prima volta nel 1664 e pesantemente censurata dalle autorità morali dell’epoca, offre spunti di collegamento interdisciplinari straordinari per il colloquio orale. Nel corso di questo articolo esploreremo ogni dettaglio dell’opera: dal contesto storico alla corte di Luigi XIV , passando per il riassunto dettagliato degli atti, fino ai collegamenti ideali con la filosofia, la letteratura italiana e l’educazione civica, per permettere agli studenti di affrontare le prove con assoluta sicurezza e padronanza.
Jean-Baptiste Poquelin, universalmente noto con il nome d’arte di Molière, scrisse il Tartuffe nel cuore del Seicento francese, un’epoca dominata dalla figura imponente di Luigi XIV, il Re Sole. La primissima stesura dell’opera, originariamente strutturata in tre atti, fu presentata il 12 maggio 1664 alla Reggia di Versailles, durante i sontuosi festeggiamenti organizzati dal sovrano e noti come I piaceri dell’isola incantata ( Les Plaisirs de l’île enchantée ). Sebbene il sovrano avesse inizialmente apprezzato la genialità della commedia, la messinscena scatenò l’immediata e feroce reazione della Compagnie du Saint-Sacrement , una potentissima società segreta cattolica fondata nel 1630. Questo gruppo di ferventi devoti, che esercitava una capillare influenza morale e politica sulla società, accusò Molière di empietà, sostenendo che la commedia fosse un attacco diretto alla religione cattolica e uno scherno intollerabile verso i veri credenti.
Sotto la fortissima pressione di queste fazioni religiose, in particolare dell’Arcivescovo di Parigi Hardouin de Péréfixe e della madre del re, Anna d’Austria, Luigi XIV si vide costretto a vietare le rappresentazioni pubbliche del capolavoro. Iniziò così per Molière una lunga e logorante battaglia culturale per difendere la sua opera e il suo diritto alla libertà di espressione. Il drammaturgo scrisse diverse suppliche (i celebri placets ) indirizzate al sovrano, promettendo di smussare i toni più aspri. Nel 1667 propose una versione modificata intitolata L’Imposteur , che tuttavia subì la medesima sorte censoria. Soltanto nel febbraio del 1669, dopo lo scioglimento della Compagnie du Saint-Sacrement e in un clima politico più disteso grazie alla Pace Clementina, la versione definitiva in cinque atti ricevette l’approvazione. Il trionfo al Palais-Royal fu immediato, consacrando l’opera come il più grande successo commerciale di Molière.
L’azione drammatica si svolge interamente all’interno della ricca e borghese dimora parigina di Orgone. Questo capofamiglia benestante, insieme all’anziana e arcigna madre Madame Pernelle, è caduto totalmente sotto l’influsso psicologico di Tartufo. Quest’ultimo è un viscido ipocrita che, fingendo estrema povertà e ostentando una religiosità quasi ascetica, è riuscito a insinuarsi nelle grazie della famiglia, manipolando Orgone fino a diventarne l’indiscusso direttore spirituale e padrone ombra. La genialità teatrale di Molière risiede nel ritardare l’ingresso in scena del protagonista: durante tutto il primo atto, Tartufo non appare mai fisicamente, ma viene solo evocato attraverso i discorsi accesi dei familiari.
Da una parte vi è l’accecamento quasi patologico di Orgone, dall’altra la lucidità del resto della famiglia che cerca di svelare l’inganno, guidata dal disincantato buon senso della serva Dorina e dalla profonda razionalità del cognato Cleante.
Il conflitto entra nel vivo quando Orgone, tornato da un viaggio, si preoccupa ossessivamente della salute di Tartufo ignorando completamente il malessere della moglie Elmira. Subito dopo, Orgone annuncia una decisione che getta la casa nel caos: intende infrangere la promessa di matrimonio tra la giovane figlia Marianna e il nobile Valerio, per dare in sposa la ragazza proprio a Tartufo. Marianna, schiacciata dal rispetto per l’autorità paterna, non ha la forza di ribellarsi. È in questo frangente che emerge in tutta la sua brillantezza la figura di Dorina. Con l’impertinenza e l’intelligenza tipiche delle figure servili della commedia dell’arte, la cameriera si oppone frontalmente al padrone, organizzando un piano per ritardare queste nozze forzate. Molière dimostra qui come le donne e le figure di basso rango sociale siano le vere portatrici di verità e pragmatismo, uniche armi contro il fanatismo.
Nel terzo atto, Tartufo entra finalmente in scena rivelando al pubblico tutta la sua viscida doppiezza. Rimasto solo con Elmira, la giovane e intelligente moglie di Orgone, l’impostore tenta di sedurla, giustificando la sua bramosia carnale con grottesche e contorte argomentazioni pseudo-religiose. Damide, il figlio di Orgone, nascosto in uno stanzino, ascolta tutto ed esplode di rabbia, denunciando Tartufo davanti al padre. Incredibilmente, l’ossessione di Orgone è talmente profonda che egli si rifiuta di credere al sangue del suo sangue: accusa il figlio di calunnia, lo disereda cacciandolo di casa e, per farsi perdonare dal falso santo, intesta a Tartufo l’intero patrimonio familiare con un atto di donazione legale.
Per spezzare questo incantesimo psicologico devastante, nel quarto atto Elmira decide di tendere una trappola all’ospite. Chiede al marito di nascondersi sotto il tavolo della sala da pranzo mentre lei, fingendo di cedere alle avance di Tartufo, lo incoraggia a parlare liberamente. La celebre scena del tavolo rappresenta uno dei vertici assoluti della storia del teatro. Orgone, rannicchiato e invisibile, ascolta inorridito le parole del falso devoto che non solo cerca di abusare di sua moglie, ma deride apertamente lo stesso Orgone, definendolo un idiota facilmente manipolabile. Dinanzi a questa prova inconfutabile, l’illusione svanisce. Orgone esce dal nascondiglio e ordina al traditore di andarsene. Ma Tartufo, sfoderando il suo vero volto, ricorda di essere ormai il padrone legale della casa e intima alla famiglia di sgomberare.
Nell’ultimo atto, la tensione tocca l’apice e la commedia minaccia di trasformarsi in tragedia. Orgone confessa a Cleante di aver compiuto un errore fatale: ha affidato a Tartufo una misteriosa cassetta contenente documenti politici compromettenti, appartenenti a un amico esiliato per ribellione. Tartufo, dimostrando una perfidia assoluta, si reca direttamente dalle autorità per denunciare l’ex benefattore come traditore dello Stato. Mentre la famiglia è disperata e attende lo sfratto e l’arresto, arriva un “Esente” (un ufficiale di polizia del re). In un magistrale e teatrale colpo di scena, l’ufficiale non arresta Orgone, bensì Tartufo.
L’ufficiale spiega che il Sovrano, dotato di un intuito infallibile e nemico supremo delle frodi, ha riconosciuto in Tartufo un noto truffatore e criminale ricercato da tempo. Questo finale, classico esempio letterario di Deus ex machina , non è solo una conclusione comica, ma un grandioso encomio alla saggezza, alla lungimiranza e all’infallibile giustizia di Re Luigi XIV.
Il nucleo tematico fondamentale attorno a cui ruota l’intero impianto drammatico è l’ipocrisia, descritta da Molière non soltanto come un banale vizio morale del singolo, ma come uno strumento letale di potere, prevaricazione e controllo sociale. È essenziale sottolineare, soprattutto in sede di analisi letteraria, che l’autore non attacca mai la fede religiosa genuina, ma la sua vile strumentalizzazione per scopi di arricchimento personale. Cleante, il pacato cognato di Orgone, funge da alter ego e portavoce della filosofia molièriana: egli incarna la figura dell’ honnête homme (l’uomo onesto ed equilibrato) tipica del classicismo secentesco. Cleante distingue nettamente la pietà sincera, vissuta nell’intimità del cuore e lontana dai riflettori, dall’ostentazione fanatica, chiassosa e giudicante di Tartufo.
Parallelamente, l’opera offre una spietata analisi della vulnerabilità psicologica umana. Molière descrive in modo quasi clinico la “nevrosi” di Orgone, la cui cecità volontaria nasce da un profondo vuoto esistenziale e dal bisogno di delegare le proprie responsabilità morali a una figura autoritaria e rassicurante. Questo meccanismo di sottomissione psicologica mette in guardia il pubblico di ogni epoca dai pericoli del fanatismo estremo, dalla rinuncia alla propria indipendenza intellettuale e dalla pericolosa tendenza ad affidarsi ciecamente a falsi profeti e sedicenti guru spirituali.
Scegliere di portare il Tartuffe all’esame di maturità fornisce agli studenti un’incredibile varietà di percorsi multidisciplinari per stupire la commissione. Per quanto riguarda la Letteratura Francese , l’opera è il manifesto della Comédie de caractères (la commedia di carattere), che si differenzia nettamente dalla farsa pura. Molière si inserisce nel contesto del Classicismo francese contrapponendosi alle tragedie nobili e austere di Racine e Corneille, dimostrando che il riso può essere utilizzato come una potentissima arma sociale secondo il motto oraziano castigat ridendo mores (corregge i costumi ridendo).
Sul fronte dei collegamenti con la Filosofia , il tema della manipolazione delle masse attraverso l’inganno religioso si sposa perfettamente con le teorie di Karl Marx, che definiva la religione l’”oppio dei popoli”, un mezzo utilizzato dalle classi dominanti per mantenere lo status quo e giustificare le disuguaglianze. Allo stesso modo, è possibile proporre un interessante parallelo con il pensiero di Friedrich Nietzsche e la sua spietata critica ai falsi moralismi della società benpensante e alla morale del gregge, elementi che Tartufo incarna alla perfezione.
Fonte: studenti.it


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