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Tartufo, la corsa che non si ferma. Prezzi sopra i 5 mila euro al chilo e una fiera che cambia l’economia locale

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La Fiera di Alba apre la stagione del pregiatissimo tubero. Quest’anno quotazioni record a causa del climate change. Giunta nel 2026 alla 96esima edizione, la kermesse, aperta sabato, prosegue fino al 6 dicembre

Il paradosso dell’autunno albese sta tutto qui: il tartufo bianco scarseggia, ma la sua economia non arretra. Venerdì 9 ottobre la cerimonia al Teatro Sociale ha inaugurato la 96ª Fiera internazionale , aperta al pubblico da sabato scorso fino al 6 dicembre. Sul palco, con Giovanni Malagò , Valentina Vezzali , Federico Pellegrino , Alessia Maurelli e Leonardo Bonucci , il tema «Autentiche relazioni» ha legato sport e grandi eventi. Fuori, nei boschi di Langhe, Roero e Monferrato, la partita decisiva resta quella con il clima per un prodotto che per formarsi necessita di basse temperature e pioggia. L’estate più calda di sempre, tre mesi asciutti, pochi temporali e terreni duri hanno ridotto quantità, pezzatura e qualità dei primi ritrovamenti. La scarsità spinge le quotazioni. I primi riferimenti raccolti tra cercatori e operatori indicano il bianco attorno ai 5 mila euro al chilo, con punte di 550 euro l’etto e una tendenza al rialzo.

Ai massimi storici anche il tartufo nero che oscilla invece fra 700 e mille euro al chilo e potrebbe arrivare vicino a 1.500 euro. Prezzi che non scoraggiano i turisti che hanno affollato Langhe, Roero e Monferrato, dalla scorsa settimana è diventato quasi impossibile trovare una stanza in una struttura ricettiva.

Uno studio sull’impatto della Fiera internazionale del tartufo bianco ha stimato in oltre 42 milioni di euro le ricadute sull’economia della provincia di Cuneo. Un giro d’affari 141 volte superiore alla spesa pubblica per la Fiera, pari a 299.500 euro. I turisti alto spendenti della fiera sono circa il 20%, perlopiù formati da turisti internazionali e da escursionisti nazionali. La spesa minima in questo caso ammonta a 185 euro al giorno giornalieri, di cui almeno 76 sono spesi per prodotti enogastronomici. La spesa massima supera invece 500 euro giornalieri ed appartiene ai turisti nazionali, che però si fermano mediamente almeno un giorno in meno degli internazionali, che superano comunque i 450 euro di spesa giornaliera.

«La risposta alla scarsità di prodotto —sostiene Axel Iberti , presidente dell’Ente Fiera — non può essere soltanto commerciale: bisogna lavorare sulle fondamenta, dall’educazione nelle scuole alla biodiversità, dalla ricerca alla messa a dimora di nuove piante. Con i trifolao ne sono già state piantate oltre mille. L’obiettivo è contrastare l’erosione del suolo, ricostruire boschi, mantenere aperte le tartufaie e trasferire competenze alle nuove generazioni. Solo così la manifestazione diventa un grande contenitore culturale, capace di tenere vivo il territorio tutto l’anno e di dialogare anche con Vinum». «Su scala piemontese — chiosa Iberti —la filiera autunnale vale circa 250 milioni e coinvolge 11 mila addetti. La Fiera è dunque infrastruttura economica: porta domanda internazionale, allunga la stagione turistica e trasforma Alba nella porta d’ingresso di un’area che vive di vino, paesaggio e gastronomia.». Mario Aprile presidente dei tartufai piemontesi conferma: «I tartufi sono pochi, non ancora di qualità eccelsa, ma il fascino di questo prodotto non cala, anzi. Il numero dei tartufai con tesserino è stabile, siamo a 4.800 nella Regione. Le donne sono in crescita e oggi rappresentano quasi il 15%, come crescono i giovani, ma dobbiamo capire tutti che servono meno viti e meno nocciole in Langa se non vogliamo che i tartufi arrivino solo da Roero e Monferrato o dal resto del Piemonte».

Antonio Degiacomi , presidente del Centro nazionale studi tartufo, fotografa un avvio di stagione complicato: «L’annata è stata difficile. Finalmente è arrivata la pioggia e speriamo che la situazione migliori con l’avanzare della stagione, ma i temporali sono stati pochissimi. È un problema che riguarda tutta Italia».

Quotazioni così elevate, avverte Degiacomi, si riflettono anche sull’offerta gastronomica: «Il tartufo si consuma a grammi, ma se il prezzo sale troppo mette in difficoltà la ristorazione e rischia di diventare un prodotto riservato a un’élite. Per questo dobbiamo chiederci che cosa fare». Una prima risposta è arrivata dal convegno «Tuber next gen» , destinato poi a essere replicato nelle province: «Vogliamo far conoscere le politiche regionali e le buone pratiche sviluppate con l’Ipla. Non basta mettere a dimora le piante: bisogna seguirle, tenere puliti i terreni e garantire una manutenzione costante. I circa 300 mila euro incassati con i tesserini tornano ai proprietari sotto forma di indennità, affinché mantengano accessibili le piante ai cercatori: 20 euro l’anno per alcune specie, 18 per altre e 12 per il nocciolo. Sono inoltre disponibili fondi europei per recuperare e ricostituire i filari». Accanto alla manutenzione c’è la ricerca per Degiacomi: «Studiamo batteri e lieviti presenti nel terreno per capire dove si creano le condizioni favorevoli alla produzione. E garantiamo la qualità del prodotto e verifichiamo che l’origine sia quella effettiva».

12 ottobre 2026 ( modifica il 12 ottobre 2026 | 07:04)

Fonte: torino.corriere.it


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