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Basilicata, le ombre sulla “tartufaia più grande d’Europa”

E’ tutto a posto? Alcune domande alla Regione Basilicata e all’Alsia

“Nel metapontino nasce la tartufaia più grande d’Europa. La Regione Basilicata punta a rafforzare sempre più la filiera del tartufo con l’obiettivo di creare nuove opportunità di crescita economica”. Ne hanno parlato tutti i media. Ci riferiamo al riconoscimento della tartufaia controllata nella pineta jonica del Metapontino, che interessa circa 143 ettari di terreni boscati nei territori di Pisticci e Scanzano Jonico. Terreni di proprietà dell’Alsia. Un tambureggiare di rilanci gioiosi. “Il progetto, sviluppato da Alsia in collaborazione con le strutture regionali e il sistema associativo – fa sapere l’assessore Cicala – si inserisce nel percorso del Programma Forestale Regionale in via di definizione e contribuisce a rafforzare una filiera, quella del tartufo, che sta assumendo un ruolo sempre più strategico.” E aggiunge: “È da qui che passa una nuova idea di sviluppo capace di tenere insieme tutela del territorio e crescita economica in modo credibile e duraturo”. Tutto bello, ma è anche tutto a posto?

Con il Decreto n.96 del 21 aprile 2026 a firma del presidente della Giunta Regionale, Vito Bardi, viene sancito il riconoscimento a tartufaia controllata dei terreni ubicati in agro dei comuni di Pisticci e di Scanzano Jonico (Matera), di proprietà dell’Agenzia Lucana di Sviluppo e Innovazione in Agricoltura (Alsia). Ebbene, nel decreto si attesta che, in data 27 marzo 2026 , si è svolto un sopralluogo tecnico presso i terreni dell’Alsia. L’atto riporta testualmente che in tale sede sono intervenuti i Carabinieri Forestali del Nucleo di Scanzano Jonico, i quali avrebbero “ demandato ai convenuti l’espletamento delle operazioni di verifica dei luoghi “.

Tuttavia, con nota del 19 maggio 2026 , il Comando del Nucleo Carabinieri Forestale di Scanzano Jonico ha riscontrato un’istanza di accesso documentale presentata dall’Associazione Micologica della Cultura Idnologica Lucana – ETS, smentendo la propria partecipazione. Nel documento, l’Arma attesta che in data 27 marzo 2026 nessun militare del reparto ha partecipato ad attività di verifica nelle suddette aree e che non sussiste alcun atto istruttorio o di coordinamento riconducibile a tale evento presso i propri uffici. E allora perché nel decreto si parla di intervento dei Carabinieri che avrebbero – stranamente – delegato agli astanti le operazioni di verifica?

L’art. 8, comma 4 della L.R. 35/1995 prevede che le operazioni colturali siano individuate dall’Ufficio regionale “d’intesa con i rappresentanti del Corpo Forestale dello Stato” (ora Carabinieri Forestali). Dagli atti emerge che l’istruttoria è stata condotta attraverso un sopralluogo nel quale, secondo il decreto regionale, la funzione di verifica sarebbe stata “demandata” dai Carabinieri ai funzionari della Regione e dell’Alsia (soggetti richiedenti il riconoscimento). Tale modalità procedurale pone un interrogativo sulla natura dell’intesa tecnica richiesta dalla legge e sulla sua possibile sostituibilità con una delega di verifiche ai soggetti interessati.

Il decreto regionale elenca i partecipanti al sopralluogo del 27 marzo 2026, indicando, oltre ai funzionari regionali e dell’Alsia, anche la partecipazione di Alberto Marzano per la “specifica attività di cerca e cavatura”, a che titolo non è stato precisato. Si riscontra inoltre la presenza di Antonio Bellotti, funzionario regionale la cui posizione sarebbe stata oggetto di precedenti segnalazioni istituzionali per presunte anomalie cronologiche in altri procedimenti amministrativi del medesimo settore.

Il riconoscimento di una tartufaia controllata non costituisce un atto meramente ricognitivo o interno, ma produce effetti conformativi sul regime di raccolta e di gestione del bene naturale, incidendo sull’esercizio della raccolta e sulla possibilità di apporre tabelle di riserva ai sensi della Legge regionale n. 35/1995. Proprio per tali effetti, la procedura di riconoscimento richiederebbe un’istruttoria particolarmente rigorosa, non riducibile alla mera presa d’atto della relazione del soggetto istante o del tecnico incaricato, ma fondata su autonoma verifica pubblica dei presupposti di legge.

In questo caso, la rilevanza dell’area interessata, pari a 143,38 ettari, e la natura pubblica dell’ente beneficiario rendono ancor più necessario che l’iter sia pienamente tracciabile, motivato e conforme alle forme partecipative e tecnico-istruttorie previste dalla disciplina regionale.

La Legge regionale 35/1995 all’art. 8, definisce la tartufaia controllata come un appezzamento costituito da aree già “sottoposte a miglioramenti colturali ed incrementate con la messa a dimora di idonee piante tartufigene”. Il Decreto n. 96/2026 richiama invece un verbale di sopralluogo in cui si evidenzia la necessità di rispettare un Piano colturale che prevede l’esecuzione di interventi (come drenaggi, spalcature e nuove messe a dimora) “nel quinquennio” successivo al riconoscimento. Emerge dunque un tema di interpretazione normativa circa la necessità che tali requisiti siano preesistenti o, al contrario, programmabili per il futuro.

Tutte queste criticità o anomalie, tratte esclusivamente dalla documentazione istruttoria e dai riscontri degli organi di polizia, sono state portate, dall’Associazione Amscil, all’attenzione del Garante della Natura , del Responsabile della Trasparenza e del Difensore Civico della Regione Basilicata per le valutazioni di competenza, oltre a costituire ulteriore integrazione delle denunce già presentate alla Procura della Repubblica.

Grazie ad una ricerca svolta dall’Università della Basilicata con la collaborazione dell’Amscil, nel 2019 si è potuta effettuare una stima del valore del settore tartuficolo in Basilicata che si attestava intorno agli 85 milioni di euro all’anno. Tale importo si basava su un numero di cavatori ufficiali, censiti in Basilicata nel 2015, di 4mila unità. La stima non teneva conto delle quantità delle diverse specie di tartufo raccolte fuori regione né dei cavatori abusivi. Tuttavia, oggi, il fenomeno dei cavatori abusivi, sembra ancora diffuso e causa danni l’economia del tartufo, danni ambientali (distruzione delle spore), concorrenza sleale (evasione fiscale e furti nelle tartufaie private) e svalutazione del prodotto.

Ora, la tartufaia da 143 ettari dovrà essere gestita, a quanto pare, dall’Alsia. Tuttavia, bisognerà chiarire anche chi sarà autorizzato a cavare i funghi, chi dovrà eventualmente commercializzarli.

Fonte: basilicata24.it


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