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L’opacità sconfessata della Langa del vino

Nel sabato in cui Alba ospita il terzo weekend della stagione dedicato alla Fiera del Tartufo Bianco, a fare da contrappunto a un evento in cui ad essere protagonisti sono i profumi del Tuber Magnatum Pico e quelli del Barolo, a profilarsi fra le strade della città dalle cento torri è un mondo sottotraccia: quello delle vittime di un caporalato che, legato alla gestione delle vigne e a quello della raccolta delle uve, assume i tratti di un’ombra inquietante destinata a guastare lo storytelling delle prime colline italiane riconosciute dall’UNESCO come patrimonio mondiale dell’umanità. E a raccontare quest’ombra, con dettagli in netta tensione con quell’ Eldorado in cui le Langhe si sono trasformate, sono gli stessi braccianti – spesso africani – a che chiedono di non essere più «invisibili». Come invisibile non è il loro lavoro fatto di giornate di dodici/tredici ore sotto il sole per meno di ottocento euro al mese, vendemmie pagate cinque euro l’ora, brandine in stanze condivise e sovraffollate.

Ovviamente il problema del caporalato in Langa non è certo una novità: si tratta infatti di una piaga che affligge queste colline – non uniche peraltro nel mondo dei vini di prestigio – ormai da anni e che da qualche stagione a questa parte viene denunciato non solo più da sindacati e associazioni, ma anche dai lavoratori stessi. E quanto questa criticità sia rilevante emerge in modo netto nei rapporti della Caritas, che non esita a definirlo come strutturale, disegnandone un perimetro connotato da un’autentica opacità di fondo: lavoro nero e grigio, buste paga che non dicono il vero, compensi sotto i minimi, orari senza riposo, oltre a una catena di intermediari che alloggia, trasporta e smista una manodopera di fatto sottoposta a un’autentica forma di schiavitù. Non si tratta infatti di qualcosa di episodico, ma piuttosto di organico e strutturato: e dunque di reti radicate e collaudate, per nulla legate a un momento di bisogno particolare di manodopera, ma dai tratti che fanno pensare a un vero e proprio sistema.

l mondo del vino risponde rivendicando la propria estraneità e mettendo sul tavolo argomenti che non possono essere liquidati troppo sbrigativamente. Il consorzio di riferimento dell’area, insieme a molti produttori di vino, sottolineano come la Langa sia ricca di aziende che trattano con rispetto la manodopera, bollano lo sfruttamento come una piaga aliena alla propria cultura e giustificano il ricorso alle ditte esterne con un’esigenza organizzativa legata soprattutto alle piccole cantine: per esse infatti assumere, formare e alloggiare direttamente le squadre per poche settimane all’anno sarebbe un costo insostenibile. Pur dando credito a queste giustificazioni, il sospetto che esse altro non siano che una comoda autodifesa di maniera non viene però dissipato del tutto. Scaricare l’intera responsabilità sugli intermediari e qualche piccola realtà significa infatti ignorare sia le dimensioni del fenomeno, sia il nodo centrale di esso: l’avvallo cioè di questa situazione da parte di un sistema il cui ritorno economico, in questi decenni, è ben visibile nella trasformazione radicale di un territorio.

È proprio in questo scarto tra le dichiarazioni di principio e la realtà dei fatti che la narrazione della Langa virtuosa mostra le sue crepe più profonde. L’esiguità delle presenze imprenditoriali alle mobilitazioni di piazza e il sostanziale vuoto in cui sono caduti i protocolli d’intesa ad adesione volontaria non indicano una semplice distrazione, ma la tacita volontà di non intaccare i meccanismi di una macchina non solo ben collaudata, ma anche dalla quale solo in pochi intendono prendere davvero le distanze. Una terra che vende al mondo l’eccellenza del proprio vino e del proprio tartufo, la bellezza del proprio paesaggio ormai da cartolina, fino a connotarsi come un modello di sviluppo di prim’ordine, può però permettersi di continuare ad ignorare chi quel paesaggio lo lavora ogni giorno piegato tra i filari? L’opacità, qui, non è una nebbia caduta per caso su queste colline: è una complice copertura che finisce per compromettere, insieme alla dimensione umana, l’intera credibilità del modello Langa. Un modello che non può continuare a chiamarsi virtuoso finché pretende di calcolare il profitto al netto dei diritti.

Fonte: targatocn.it


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