Milano, 13 ott. (askanews) – Siccità prolungata, temperature elevate e precipitazioni irregolari stanno modificando le condizioni di crescita del tartufo, con possibili conseguenze sulla maturazione, sulle dimensioni e sulla produttività delle tartufaie. Il cambiamento climatico potrebbe ridisegnare anche la geografia di questo fungo, rendendo meno favorevoli alcuni territori tradizionalmente produttivi e creando nuove possibilità in altre aree. A richiamare l’attenzione sul fenomeno è Luigi Dattilo, fondatore e presidente di Appennino Food, azienda specializzata nella selezione e trasformazione del tartufo con sede a Savigno, frazione di Valsamoggia (Bologna).
“Il cambiamento climatico ci pone di fronte a una trasformazione delle condizioni in cui il tartufo si sviluppa. I continui sbalzi climatici sottopongono le piante a stress e rendono ancora più importante il rapporto simbiotico con il tartufo, che attraverso il micelio contribuisce all’assorbimento di acqua e sali minerali dal terreno” ha spiegato Dattilo, sottolineando che “l’alternanza tra periodi piovosi e soleggiati e il conseguente stress termico possono favorire lo sviluppo del carpoforo, ma è fondamentale che il terreno rimanga sufficientemente morbido e non compatto. Quando il suolo rimane per lunghi periodi troppo secco, possiamo trovarci di fronte a tartufi di dimensioni mediamente più ridotte, anche se presenti in buona quantità”.
Il tartufo vive in simbiosi con le radici di determinate piante, soprattutto querce, pioppi, salici, tigli, carpini, noccioli e faggi, dalle quali riceve soprattutto composti carboniosi derivati dalla fotosintesi, mentre il micelio fungino può favorire l’assorbimento di acqua e nutrienti minerali da parte delle piante ospiti. Uno studio pubblicato nel marzo 2025 sulla rivista scientifica “Acta Oecologica” ha analizzato gli effetti del cambiamento climatico sulla distribuzione europea del Tuber aestivum, il tartufo estivo, e del Tuber melanosporum, il nero pregiato. Attraverso modelli previsionali riferiti al periodo 2020-2080, i ricercatori hanno individuato una possibile contrazione delle aree climaticamente idonee nell’Europa meridionale e un’espansione potenziale verso le regioni centrali e settentrionali del continente. Le simulazioni hanno considerato anche la distribuzione delle piante ospiti, un fattore determinante per la presenza dei due funghi. Gli scenari descrivono l’evoluzione possibile degli habitat, non uno spostamento già accertato delle tartufaie, che dipende anche dalle caratteristiche dei suoli e dalla capacità delle specie arboree di adattarsi alle nuove condizioni ambientali.
Gli effetti della siccità non sono necessariamente uguali per tutte le specie. Il Tuber magnatum, il tartufo bianco pregiato, presenta esigenze ecologiche differenti rispetto ai tartufi neri e cresce prevalentemente in ambienti naturali difficili da riprodurre attraverso la coltivazione. Una ricerca pubblicata nel giugno 2026 sulla rivista “Sustainability”, condotta in una tartufaia naturale nell’area di San Miniato (Pisa), ha esaminato la risposta del tartufo bianco allo stress idrico e gli effetti di un’irrigazione mirata. La sperimentazione ha rilevato che l’apporto controllato d’acqua può attenuare la diminuzione estiva del Dna di Tuber magnatum presente nel terreno, senza tuttavia dimostrare un aumento della produzione di tartufi.
Per conservare la produttività delle tartufaie diventano quindi importanti la tutela delle piante simbionti, la gestione della vegetazione e il controllo delle condizioni del suolo. Dove le caratteristiche ambientali e la disponibilità d’acqua lo consentono, anche l’irrigazione di soccorso può contribuire a ridurre gli effetti della siccità. Gli interventi richiedono però valutazioni specifiche, perché le esigenze cambiano a seconda della specie, del terreno e della tipologia di tartufaia, naturale o coltivata.
Dattilo richiama inoltre l’attenzione sulla disponibilità delle diverse specie durante l’anno. Il Tuber melanosporum è oggi presente in almeno quattro continenti e l’alternanza delle stagioni produttive nei diversi emisferi consente di commercializzare il nero pregiato per circa otto mesi. Grazie alla diversificazione delle provenienze e dei calendari di raccolta, Appennino Food riesce a lavorare contemporaneamente con tre specie di tartufo durante gran parte dell’anno. Una continuità commerciale che dipende dalla distribuzione internazionale delle produzioni e non necessariamente dall’adattamento delle tartufaie ai cambiamenti climatici. Nel 2020 l’azienda ha avviato “Tartufo tutto l’anno”, progetto dedicato alla conoscenza delle diverse specie e al superamento dell’associazione del prodotto esclusivamente con il tartufo bianco e la stagione autunnale. “Parlare di tartufo tutto l’anno significa innanzitutto riconoscere che non esiste un solo tartufo” ha affermato Dattilo, precisando che “esistono specie diverse, con stagionalità, caratteristiche organolettiche e territori differenti. Conoscerle significa essere più preparati ad affrontare anche i cambiamenti che stanno interessando il nostro ambiente”.
L’incertezza climatica rende più difficile anche prevedere l’andamento dei prezzi. Una contrazione dell’offerta può incidere sulle quotazioni ma il mercato risente anche della domanda, della disponibilità delle singole specie e della situazione economica internazionale. “Non è possibile stabilire una relazione automatica tra siccità e aumento delle quotazioni. Il costo del tartufo è sempre il risultato del rapporto tra domanda e offerta, a cui si aggiunge la situazione economica internazionale, oggi particolarmente instabile” ha spiegato Dattilo, evidenziando che “per questo è difficile fare previsioni: il mercato del tartufo può riservare sorprese”.
Anche il lavoro del tartufaio richiede una conoscenza sempre più attenta del bosco, delle condizioni del terreno e dei tempi di maturazione. La ricerca con il cane permette di individuare i tartufi maturi, evitando raccolte premature che possono comprometterne le caratteristiche aromatiche. La conoscenza delle specie, dei territori di provenienza e delle corrette modalità di conservazione aiuta inoltre a scegliere il prodotto più adatto alle diverse preparazioni gastronomiche. “Si chiama cultura” ha affermato Dattilo, aggiungendo che “conoscere ci arricchisce e, subito dopo, ci permette di mangiare meglio”.
Fondata nel 1985 come attività dedicata al deposito e alla trasformazione dei tartufi, Appennino Food si è sviluppata fino a diventare una società per azioni, ampliando l’offerta ad altre specialità gastronomiche. L’azienda ha sede nell’Appennino bolognese e dal 2020 dispone anche di una struttura operativa a Miami, negli Stati Uniti.
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