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«Cane da tartufo morto per i traumi e le percosse subìte»

«Si può ipotizzare la volontarietà dell’atto che ne ha cagionato la morte. Quel cane, da solo, non avrebbe potuto assumere la posizione in cui è stato ritrovato. Ipotizzo abbia subìto percosse, mai, da solo, si sarebbe potuto provocare quelle lesioni». È quanto riferito in aula, al giudice Alessandra Grimaccia, dalla veterinaria Brigitta Favi, responsabile dell’Unità operativa Randagismo ed Igiene Urbana Usl Umbria 1, testimone nel processo a un 80 anni ritenuto responsabile di aver provocato la morte del proprio cane da tartufo nel luglio 2023 a Perugia.

La testimonianza La veterinaria ha riferito in aula di aver raggiunto l’abitazione dopo che i carabinieri avevano ricevuto la segnalazione di un «cane rimasto attaccato ad una corda» arrivata dalla nipote dell’imputato. La prima segnalazione parlava di un «cane impiccato con la corda girata intorno al collo»: Favi ha spiegato che il cane lagotto, secondo alcune foto mostrate dai carabinieri, era «attaccato per una corda al di là del cancello nel box in cui era detenuto». «L’ho visto a terra quando era staccato dalla corda – le sue parole -. Dalle foto sembrava esserci un giro di corda attorno al collo e attorno al muso, come per tenergli chiusa la bocca. La lingua era scura, dai successivi accertamenti è emerso che si è rotto il cuore, perdeva sangue dalla vulva e su un arto superiore. Verosimilmente la morte sembava per soffocamento da impiccagione ma dall’esame anatomopatologico si evince che la corda al collo e al muso non avevano arrecato danni». Forse – è stato detto – serviva a «giustificare le altre lesioni. La morte è dovuta ai traumi e alle percosse subìte». L’imputato viene difeso dall’avvocato Serena Brachetti, la pubblica accusa è rappresentata dal pm Domenica Favasuli.

Fonte: umbria24.it


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