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Alba e il suo tartufo nel mirino di “Report”: prime reazioni dopo la messa in onda. Degiacomi: “La nostra Fiera unica in Italia a fare un controllo di qualità sul venduto”

Sta comprensibilmente facendo discutere, come da attese della vigilia, la puntata che “Report” ha mandato in onda ieri sera col titolo “Truffle Land” (qui). Un servizio col quale la trasmissione diretta da Sigfrido Ranucci ha voluto indagare quello che descrive “il lato oscuro del tartufo: tra patrimonio Unesco, scarsità e zone d’ombra del mercato”.

In questa orbita i temi trattati daLucina Paternesi negli oltre 40 minuti di un’inchiesta realizzata nei mesi scorsi tra le due capitali italiane di questo prodotto della terra,Alba e la marchigiana Acqualagna, ma anche presso le sedi di una nota società di trasformazione dell’Umbria – la “Giuliano Tartufi” di Pietralunga, in provincia di Perugia – e nello stabilimento alle porte di Torino dove arrivano importanti quantitativi di tartufo nientemeno che dall’Iran.

Nell’inchiesta la capitale delle Langhe ha ovviamente avuto un ruolo di primo piano e compare con diversi dei protagonisti di un mondo che il programma di Rai Tre ha messo sotto esame una serie di tematiche almeno in parte note e annose.

“Da dove viene tutto il tartufo che troviamo proprio a queste fiere?”, è la principale di queste, riassunta qui nella presentazione della puntata, per poi aggiungere che “a causa dei cambiamenti climatici e dell’impoverimento delle tartufaie naturali, la domanda aumenta e l’offerta diminuisce sempre di più. Nonostante per legge sia obbligatorio indicare una zona geografica di raccolta, aggirare la normativa è un gioco da ragazzi”.

Da qui le accuse ad Alba di commercializzaregrandi quantità di prodotto provenienti anche da altre zone del Piemonte e d’Italia– come la stessa Acqualagna –,ma pure da altri Paesi come la Romania e la Grecia. E quella – sollevata in incognito da un ex espositore – tesa a mettere in dubbio la natura di quanti vendono alMercato Mondiale del Tartufo, lo spazio della Fiera dedicato alla vendita diretta dei raccoglitori, spazio del quale sono state invece ben spiegate le funzioni riguardanti il controllo di qualità effettuato sul prodotto esposto e venduto dai giudici del Centro Nazionale Studi Tartufo.

Un sistema poco trasparente, è l’accusa di fondo, con riguardo soprattutto alla provenienza del prodotto. “Non siamo la Finanza, non spetta a noi quel tipo di controllo”, spiegava Antonio Degiacomi, che del Centro Studi è presidente, mentre lo stesso soggetto in incognito svelava i trucchi per abbellire e profumare i diamanti grigi: bagni di sabbia e zafferano per migliorare il colore, miracolose gocce di bismetiltiometano, molecola chimica derivata dal petrolio, per conferire artificialmente l’aroma pungente del fungo ipogeo.

Siamo invece nel campo di un supposto conflitto di interesse per i rilievi rivolti aFabio Carosso, ex sindaco di Coazzolo, imprenditore nel settore delle piscine, oggi consigliere regionale,nella passata legislatura vicepresidente della Regione con delega alla Tartuficoltura, accusato di avere preso parte alla missione promozionale del Piemonte all’Expo di Osakanonostante abbia intanto fondatouna società di commercializzazione di tartufi, aperta aCortazzone, nell’Astigiano, insieme al collega consigliereFabrizio Ricca.  In Giappone Carosso avrebbe preso contatti commerciali per la sua società, l’accusa, respinta al mittente dal diretto interessato.

All’indomani della messa in onda, quali sono le reazioni da Alba?Antonio Degiacomi giudica “un grosso limite quello di mescolare tematiche piuttosto diverse, rispetto al tartufo bianco e a quello nero. Aspetti quali l’utilizzo del prodotto nei vasetti, l’aggiunta di aromi, l’importazione dall’Iran e da altri Paesi sono cose specifiche e note, ma che riguardano il nero e la produzione di prodotti trasformati. Questo va sottolineato, se vogliamo dare un’informazione chiara soprattutto a chi non è un addetto ai lavori”.

“Un altro grande limite del servizio – prosegue il presidente del Centro Studi Tartufo– è quello di non avere evidenziato l’importanza di politiche e azioni volte allo sviluppo della tartuficoltura, da una parte, e per la salvaguardia e l’incremento delle tartufaie naturali dall’altra, che sono la vera questione in un Paese come l’Italia, in cui vi è una richiesta di tartufi maggiore dell’offerta. Nella sua storia – prosegue Degiacomi –, Alba ha fatto molto per la valorizzazione del tartufo italiano, per cui è normale che quando si parla di questo prodotto si chiami in causa soprattutto la nostra città e la sua Fiera. Spero che sia emerso in modo opportuno lo sforzo fatto dalla Fiera, pressoché unica in Italia, di fare una selezione preventiva di qualità sui tartufi. Di contro, rimane la perplessità di un metodo usato abitualmente da ‘Report’ di ascoltare testimoni che vengono camuffati come se fossero collaboratori di giustizia, invece di mettere serenamente in evidenza le informazioni e le convinzioni con la loro faccia”.

E sulla tracciabilità: “Se si rispetta la legge, c’è una tracciabilità fiscale– risponde qui Degiacomi –,il raccoglitore deve rilasciare ricevuta e così il tartuficoltore e il commerciante. Poi è evidente che la stretta correlazione tra tartufaia e prodotto è problematica, in quanto si tratta di un prodotto naturale spontaneo soggetto a molteplici variabili legate all’andamento meteorologico e alla libera raccolta”.

Fonte: targatocn.it


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