à dolce e un poâ ruffiano come la Natività del già seriale Perugino che con gli accostamenti timbrici di freddi verdi e acidi viola bilanciati da caldi gialli zafferano e rossi pallidi (rosa Trevi?) sfonda un altare della chiesa della Madonna delle Lacrime o è arcaico, intenso e sapido come il Trasporto di Cristo al sepolcro dello Spagna con cui, influenzato da Raffaello, dialoga a pochi metri? E’ un po’ dell’uno e un po’ dell’altro il principe di Trevi, detto ser Pregiato Tartufo Nero. Che oscura l’altro storico e blasonato prodotto gastronomico della valle sdraiata alle propaggini del Monte Serrano e ferita dal corso della Flaminia dove nevrastenici ulivi dettano legge: l’olio extravergine.
“Bisogna sfatare la credenza che la produzione di tartufi sia questione novecentesca o addirittura recente, almeno rispetto alle ataviche consuetudini del territorio umbro, perché non soltanto pare che già fosse apprezzato e usato dai romani nella dieta quotidiana ma il suo lodato uso gastronomico venne vergato nero su bianco nel 1580 in un libro di ricette da una monaca cuoca in un monastero di Perugia che ne elaborò anche una a base di fette di tartufo nero fritte e stemperate con una conserva di arance locali ovvero con la tipica melangola, aspra e amarognola” sottolinea Stefano Bordoni archeologo e studioso della cappella rurale in stile romanico che annuncia la tenuta di San Pietro a Pettine circondata da oliveti e boschi gonfi di tartufi gestita dalla famiglia Caporicci.
Famiglia che da tre generazioni ha contribuito alla realizzazione di un progetto che vede il tartufo umbro protagonista di un’attività prima di raccolta, poi di trasformazione e, da ultimo di degustazione in un luogo che è dimora accogliente, relais e ristorante dove l’antologia culinaria proposta dalla chef Alice Caporicci, figlia di Carlo, è tarata con un formula mix and match. Piatti deglutiti a pochi passi dalla chiesetta che “pare un ufo piombato dal cielo nella notte dei tempi e apparentemente rimasta illibata per secoli e secoli ma che” sottolinea Bordoni “analizzate le pietre collocate e giustapposte in successione rivela diversi interventi subiti, anche drammatici. Nasce nel 1127/8 ma i primi proprietari la cedettero all’abbazia di Sassovivo a Foligno che era la più grande di tutta l’Umbria”.
“Più che una donazione fu un investimento” incalza l’archeologo “perché regalandola la famiglia entrava nell’entourage dell’abbazia che dominava oltre cento chiese nel territorio, un po’ come se così la famiglia proprietaria del latifondo avesse acquistato delle azioni di un odierno ricco fondo di investimenti americano o di una odierna multinazionale. Dunque San Pietro a Pettine divenne una proprietà protetta da un ente sovrano e fu una scelta non fideistica-religiosa ma geopolitica. Del XII secolo comunque ostenta solo un angolo anche perché già nel 1327 venne distrutta da una scossa tellurica. Rimane poi originale il primitivo pavimento butterato da sepolture: era una chiesa funeraria dedicata a San Pietro che anche per credenza popolare dirigeva l’accesso all’aldilà . E deve il suo curioso nome in riferimento non tanto alle improbabili case a schiera limitrofe ma alle strade a pettine ossia parallele che correvano da nord, da Trevi che da qui citando Leopardi si vede in alto ergere con iscena di aerei tetti sul colle ventoso dove brillan templi e palagi e sfavillan finestre intorno intorno, a valle e dunque a Foligno. Il riferimento nominalistico si può dire che fu viabilistico. Non a caso di qui pare fosse passato anche San Francesco durante una visita ai lebbrosi a San Tommaso di Trevi avvenuta nel 1215. Magari vi pregò pure. In ogni caso la cappella era un centro di accoglienza come tutte le chiese di campagna di allora. E tale fu per San Francesco”.
Curiosi sono gli affreschi, due, della seconda metà del Quattrocento che vennero realizzati da quelli che erano gli street-artists dell’epoca, pittori da strada, girovaghi che su commissione, pagati poco ossia circa 1 fiorino (oggi sarebbero 300 euro più o meno), dipingevano copiando, come in questo caso, altri affreschi, per lo più dal castello di Miranda. Altrettanto interessante è stato il ritrovamento di tracce – studiate da Teo Trevisi – lasciate da un graffittaro seriale, sempre quattrocentesco: citazioni bibliche di stampo devozionale e qui firmate da tale Peritus, ovvero Esperto, che volle così dire â¦sono passato di qui a pregare partecipando alla sacralità del luogo. Che oggi è divino per gli estimatori del tartufo la cui raccolta venne regolamentata dal comune di Trevi nella seconda metà del XVI secolo anche per far cassa: nel 1542 è certificato l’appalto dato per poter scavare e raccogliere il profumato fungo in un terreno delle vicinanze con zappa e maiale.
Allora i porci erano educati a proposito al posto dei cani: il comune comunque si riservava il diritto di sequestrare zappa e maiale in caso la concessione temporale non fosse rispettata a dovere. Ingressi che assieme a gabelle e dogane (ce ne erano tante di confine tra un comune e l’altro fin dal Medioevo) impinguavano l’erario. Non è il caso oggi della raccolta nella tartufaia selvaggia della tenuta dei Caporicci gestita dal fido Bruno con l’aiuto dei due fedeli Cockers Spaniel Enea e Mira che girovagano e annusano, seguiti dai clienti in visita alla tenuta, tra i boschi di lecci, faggi, querce che ascendono verso Trevi vigilata dalla classica torre, immancabile sentinella dei borghi umbri e toscani. Che però, simbolo delle “democratiche” libertà comunali, venne decapitata, anzi trinciata nel 1420 dall’agguerrita, invasiva e prepotente famiglia Trinci, signori di Foligno dal 1305 al 1439, all’altezza dell’orologio che segnava il tempo dei mercanti quanto le campane di quello della chiesa. In conflitto con il Papa, da illo tempore abile nel praticare “divide et impera”, dopo essere stati usati per dominare e sedare faide signorili nel territorio, i Trinci vennero eliminati da papa Eugenio IV.
Come altrove nello stivale sempre la Chiesa papalina istigò i trevani a ghettizzare e poi eliminare la comunità ebraica che era stata accettata in cambio dei loro prestiti a interessi. Oggi Trevi conta 800 abitanti, la metà di quanti ne annoverava nel XVI secolo. A causa dell’isolamento infatti il borgo – scomodo e lontano da stazioni ferroviarie – si è via via spopolato obtorto collo perché i residenti rimasti vanno fieri di quella che visivamente da valle si presenta come una pietrificata torta nuziale, una silloge a tre strati: la cinta di mura in basso, quella mediana e il reticolo di canovaccio medioevale dominato dal Palazzo Comunale, dal Teatro Clitunno che alberga un notevole sipario di Domenico Bruschi (1877), dalla torre civica mutilata cioé abbassata dai fetidi Trinci e dalla chiesa di Sant’Emiliano – in origine di impronta romanico-spoletina, assai decorata, poi ricostruita a sinuosa forma di banana e infine neoclassicamente regolarizzata, in pianta, nel XIX secolo -. Il raccolto cuore storico, che è un intimo salotto di pietra, è macchiato da palazzi un po’ délabrée, semi-abbandonati come il Danucci che aspetta costose opere di consolidamento.
Perfettamente conservata invece, fuori porta, la seicentesca villa suburbana eretta da Girolamo Fabri che a monte delude, un po’ schiacciata sul pendio, mentre svetta importante nel lato affacciato al giardino terrazzato, verso valle appunto. La dimora tra Otto e Novecento venne esternamente decorata da maestranze della scuola tedesca del Beuron con vedute di città boeme perché nel 1801 era stata adibita a casa-vacanze per il clero di origine ceca stanziato a Roma. Ora di proprietà comunale all’interno nel piano nobile palesa soffitti deliziosamente affrescati di scuola romana.
Da Torino e Milano con trenitalia.it fino a Foligno via Firenze e poi in bus in 15 minuti: Trevi dista solo 13 chilometri da Foligno.
San Pietro a Pettine è una tenuta ritagliata in valle ai piedi di Trevi in mezzo a oliveti lambiti a monte da boschi e invidiate tartufaie che i clienti possono perlustrare guidati a dovere. Nella cucina del resort il tartufo nero pregiato è re.
Fonte: lastampa.it


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